Perchè gli stage non portano lavoro?

Prima di cominciare questo post, devo segnalare che la domanda nel titolo non è né retorica né polemica: ho semplicemente dedicato del tempo a studiare i dati emersi dal rapporto McKinsey “Education to Employment” basato su oltre 8000 interviste a studenti, educatori e potenziali datori di lavoro raccolte in tutto il mondo, ed al termine non sono comunque riuscito ad avere una chiara opinione.

Quindi considerate questo post come aperto: ho voluto evidenziare alcuni punti a mio parere “chiave”, ma ogni ulteriore riflessione è bene accetta.

1. La necessità di un migliore processo di orientamento e di guida nella scelta degli studi è concreta.

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[le immagini sono riprese da una infografica riassuntiva del già citato rapporto McKinsey]

Le motivazioni che portano i giovani alla scelta del percorso di studi appaiono poco chiare: le buone probabilità di impiego successivo, il livello salariale ed anche l’influenza familiare motivano al massimo il 50% delle scelte. Si può immaginare che la restante percentuale sia dovuta a motivazioni molto più aleatorie: come conseguenza, è molto numeroso il gruppo di coloro che sono scarsamente soddisfatti del proprio percorso formativo.

2. Esiste un significativo gap nell’utilità percepita rispetto alla formazione

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In specifico, il “gap” vede su fronti chiaramente distinti gli studenti ed i futuri datori di lavoro rispetto agli insegnanti. Analizzando le capacità, quelle più critiche da questo punto di vista risultano quelle pratiche e quelle connesse al problem solving… ovvero quelle più direttamente connesse all’attività lavorativa.

3. Alcune competenze sono difficili da trovare. Sarebbe comunque necessario spiegare meglio quali.

Il 47% di chi assume ammette: facciamo fatica a trovare competenze. Molto spesso è stata evidenziata una scarsa connessione fra mondo del lavoro e scuola. E’ anche vero che spesso le richieste delle aziende su questo punto non sono chiare: “capacità pratiche”, “visione strategica”, “orientamento al problem solving” possono essere declinati in troppi modi diversi per costruire un efficace piano di studi. Il rischio è quello di continuare a lamentare uno scarso dialogo fra università e aziende, salvo poi continuare nell’eterna ricerca del “tirocinante già esperto”.

4. Gli stage non servono a trovare lavoro. Forse perchè non servono ad apprendere?

Chi fa uno stage in azienda ha solo il 6% di possibilità in più di essere assunto. Il problema è diffuso a livello europeo e l’Italia non è il fanalino di coda, ma la questione rimane: nemmeno maturare esperienza “sul campo” incrementa significativamente le possibilità di assunzione.

Su questo punto mi permetto una nota: a mio parere questo elemento è strettamente collegato a “come” viene progettato lo stage. Una esperienza realmente formativa può permettere alla persona di crescere e “ricavarsi” un ruolo necessario in azienda, ferma restando la necessità di motivazione ed impegno. Ma un tirocinio programmato unicamente come un temporaneo “tappabuchi” destinato a limitare le perdite di tempo dovute ad attività necessarie ma con valore aggiunto praticamente nullo produrrà semplicemente un “ex tirocinante con forte competenza nella fotocopiatura”, a cui l’azienda difficilmente offrirà di continuare il rapporto dato che può essere sostituito con spese di ricerca e formazione veramente minime.

Concludendo

I dati sembrano indicare che per ridurre il gap fra studio e lavoro occorra partire “dall’inizio”: solo potenziando le capacità di scegliere consapevolmente si potranno ridurre le scelte di indirizzo sbagliate. Necessario anche raggiungere un livello comune di valutazione sull’utilità di quanto insegnato: per quanto una parte di differenza sia “fisiologica”, i riscontri attuali sono eccessivi. Importante potenziare la formazione di quelle competenze e capacità maggiormente necessarie al mercato del lavoro, purchè questo impegno sia supportato da un vero e proprio dialogo fa aziende ed università finalizzato alla formazione dei futuri professionisti. Infine, recuperare il valore degli stage come vera e propria formazione, necessaria quindi di una progettazione e di una accurata valutazione finale. La semplice “esperienza” in azienda non sembra servire a niente. Ed in fondo, a ben vedere “tutto può fare esperienza”. Ma di certo non tutto faciliterà la ricerca di lavoro.

Una nota:

Nella giornata di oggi (28 Gennaio) verrà pubblicata la parte del rapporto McKinsey focalizzata sulla situazione italiana.  Mentre alcuni elementi rimangono coerenti con il resto dell’Europa, non si può non segnalare un ulteriore dato: 80% dei giovani under 30 trovano lavoro grazie alla rete dei contatti personali e familiari, mentre soltanto l’1% delle assunzioni passa attraverso il canale dei Centri per l’Impiego. La necessità di rendere maggiormente efficaci le modalità di orientamento e incrocio domanda-offerta di lavoro sembra essere per il nostro Paese davvero pressante.

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About stefanoinnocenti

Le mie esperienze di lavoro hanno sempre riguardato l’area delle Risorse Umane, sia nell’ambito della formazione del personale che della selezione, operando nei diversi processi. Uno dei punti di forza della mia professionalità è la capacità di gestire efficacemente il rapporto con le persone, caratteristica messa a frutto sia nelle attività di docenza, che di orientamento e nello sviluppo di network professionali. Abito in Toscana, e amo questo territorio. Mi piacerebbe continuare a vivere qui, e non dovermi necessariamente trasferire per lavoro. Questo non mi rende meno curioso rispetto ai cambiamenti che mi circondano.
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One Response to Perchè gli stage non portano lavoro?

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